Info

Utente: MSBweb
Nome: Matthias


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder






Ascolti Settimanali

Ascolti Settimanali
StepTb Stats

Graffiti
Il freddo silenzio ha
una tendenza ad
atrofizzare ogni
senso di compassione

buttato giù in fretta da StepTb alle 02:24
martedì, 30 giugno 2009

(Full Time Hobby - 2009)
Album


I White Denim sono un trio di Austin (Texas, USA), nati nel 2006 dalla collaborazione dei due ex-Parque Touch Joshua Block (batteria) e James Petralli (chitarra e voce) con Steve Terebecki (basso e voce).

Il primo full-length Workout Holiday (pubblicato nel 2008), preceduto da tre EP e seguito da Exposion (la variante per il mercato americano), li aveva presentati come dei terroristi del garage-rock, una sorta di punto d'incontro tra il blues-punk dei The Jon Spencer Blues Explosion, il noise-rock di Shellac e Scratch Acid, il revival garage-indie dei The White Stripes, il blues sconnesso e dadaista di Captain Beefheart e il soul-funk afroamericano.

Fits (Full Time Hobby, 2009), ancora una volta rilasciato solo per il mercato europeo, ripresenta il trio in gran forma, e anzi, sotto un certo aspetto anche maturato.
La miglior produzione, più nitida e dettagliata, li allontana dal sound maggiormente lo-fi e tipico dell'home-recording delle precedenti release, mentre il calderone stilistico costituente i brani evolve da quella che poteva sembrare più che altro un'originale variazione del garage-punk alla Jon Spencer verso una nuova dimensione, da una parte vera e propria opera di rivisitazione e aggiornamento del classico lascivo blues-funk afroamericano, dall'altra allucinato riassunto e rimpasto di un po' tutte le sonorità della contemporanea scena indie, con una più spiccata sensibilità melodica e psichedelica.

Radio Milk How Can You Stand It esplode subito in un vortice di ritmiche forsennate, basso travolgente e chitarre sgraziatamente brutalizzate, ma evolve inglobando anche scoppiettanti incursioni di sassofono, terminando con una coda martellante a sostenere una melodia vocale soul-funk.
Che All Consolation sia sostanzialmente un blues-rock viene testimoniato dall'assolo chitarristico centrale, per il resto vige una trasfigurazione completa espressa attraverso distorsioni stratificate, improvvisi vortici psichedelici, cori sgraziati e riverberati, ritmiche sconnesse e coda borbottante.
Sorte simile tocca a Say What You Want, introdotta da un riff blues-rock travolgente, graffiata da shouting vocali, acquietata da una rallentata seconda metà psych-rock con tanto di assolo orientaleggiante.
Lo spasmo punk-blues El Hard Attack DCWYW, con combinazione fragorosa di batteria e chitarra, nonché uno shouting vocale prima in spagnolo e poi in inglese, introduce perfettamente il singolo di lancio I Start to Run, sicuramente il momento più catchy, ma forse anche il più evidente omaggio agli shouter afroamericani dei 1950s e 1960s (da Little Richard a James Brown), oltre che una disorientante pioggia di frammenti psych-rock, tex-mex, funk, rock'n'roll ed elettronici sbobinati sopra ad un esplosivo tappeto di basso.
Il vero cambiamento rispetto alle precedenti release si nota però con la sezione centrale, costituita da Sex Prayer e Mirrored and Reverse, due escursioni oniriche in territori psichedelici, sorta di aggiornamento indie-rock dei classici Jefferson Airplane e The Doors, con tanto di battito dance-punk e una certa vicinanza ai Deerhunter di Cryptograms.
Paint Yourself e I'd Have It Just the Way We Were seguono a ruota con un'altra variazione stilistica, stavolta riassumendo gli estremi sonori dell'intero revival post-punk/indie-pop, con un mix di battito dance-punk elaborato, voce modulata e melodica con tanto di acuti in falsetto, chitarre frizzanti impegnate in continue pennellate, echi di The Strokes e Arcade Fire.
I successivi due pezzi vedono un ritorno delle sonorità e dei vocalizzi più "neri", opportunamente sabotati tramite catturanti deflagrazioni blues-rock in Everybody Somebody, e tramite ritmiche zoppicanti coniugate a chitarre acustiche e borbottamenti di chitarre elettriche funkeggianti in Regina Holding Hands, tuttavia il disco si chiude invece con un altro episodio più calmo e tipicamente "indie-rock", ovvero Sync'n, che riesce comunque a far evolvere un classico tappeto di leggiadri onirismi indie-pop verso una meno aggraziata e più rockeggiante coda.

Meno selvaggio e sconnesso rispetto a Workout Holiday, Fits d'altro canto rappresenta una sensibile maturazione stilistica e aquisizione di nuovi linguaggi musicali da parte del trio; probabilmente di minor appeal verso il pubblico del noise-rock più chiassoso o verso gli amanti del lo-fi amatoriale, ma volenteroso di conquistare il più vasto pubblico dell'indie-rock grazie ad una maggior gamma di soluzioni sonore e ad un orecchio di riguardo alla vena melodica.



7/10
Permalink - commenti
categorie: musica, white denim

buttato giù in fretta da StepTb alle 02:05
martedì, 30 giugno 2009

(Jagjaguwar - 2009)
Album


Nel 2005 la line-up originale dei Dinosaur Jr., la stessa dei loro capolavori pubblicati nel periodo 1985-1988, composta quindi da J Mascis, Lou Barlow e Murph, si riunì a sorpresa dopo quasi vent'anni, pubblicando poi nel 2007 il full-length Beyond.
Palese fu una ritrovata verve creativa e melodica, messa a disposizione di un nuovo sound diviso tra hard-rock e alternative-rock, nel quale le chitarre "noise" di un tempo erano diventate più che altro un'avvolgente ovatta attorno ai pezzi.
Relegata la violenza sonora a morbido accompagnamento distorto per le melodie portanti, trasformato il disagio esistenziale in malinconia semi-sorridente, rallentati i ritmi, ciò che restava era soprattutto il talento di Mascis e Barlow nello scrivere melodie catchy ed emozionanti, spesso non deludendo affatto le aspettative.

Da Beyond al successivo Farm il trio non cambia quello stile complessivo, ma riesce a migliorare alcuni importanti dettagli: in primis la produzione (opera dello stesso Mascis, come nel precedente disco), che azzecca una maggior fragorosità chitarristica, in secondo luogo il talento e gusto per le melodie, che favorisce una maggior enfasi emotiva e complessivamente pare anche nettamente migliorato, raggiungendo i livelli degli ormai classici Green Mind o Where You Been, ed infine un approccio molto più slegato dai cliché delle power-ballad hard-rock alla 1980s (riff e assoli sono stavolta più sfumati verso contaminazioni dinamiche tra post-grunge, hardcore melodico e vecchia scuola alternative-rock).

La migliorata sensibilità per melodie, suoni e coinvolgimento emotivo caratterizza l'intera ottima prima metà dell'album, con un susseguirsi di accattivanti ed evocativi rock melodici come Pieces, I Want You to Know, Ocean in the Way, Plans, Your Weather (scritta da Barlow), Over It e Friends, power-ballad tanto vivaci quanto pervase da un costante senso di nostalgia malinconica, con vertice emozionale toccato forse dalla successione di Ocean in the Way e Plans, vertice di "sound" toccato da Your Weather (con un impenetrabile muro di stratificazioni tra chitarra e voce, al quale si aggiunge un riverberato pulsare di basso), e vertice "hardcore" toccato da Over It e Friends.

Lungo la seconda metà arriva un lieve calo d'ispirazione, particolarmente evidente nelle più anonime There's No Here, See You (il momento più "clean" e radio-friendly), Imagination Blind (una nenia alla R.E.M. imbottita di chitarre distorte) e Said the People (una sorta di ripresa non dichiarata della precedente Pieces, con una parte iniziale quasi rasentante l'auto-plagio, poi bilanciata da un più ispirato sviluppo), ma i buoni momenti sono ancora presenti grazie ai quasi 9 minuti di I Don't Wanna Go There, lungo i quali la chitarra di Mascis diventa protagonista indiscussa grazie ad uno dei suoi più memorabili assoli.

Il principale rimprovero che si possa fare a Mascis non è tanto quello di aver abbandonato i rumorismi lancinanti e i vocalizzi malati, cosa ovvia vista la maturazione anagrafica e quindi le differenti esigenze espressive, ma piuttosto il tentativo di rincorrere, specie nella seconda metà del disco, la tipica timbrica e modulazione vocale di Eddie Vedder; l'ombra dei Pearl Jam, che già aveva avuto il suo peso su dischi come Where You Been, suona piuttosto fuori posto nel repertorio di una band che ha ispirato e forse proprio inventato l'intero movimento grunge.
Tolto questo difetto, il disco resta una buona uscita pop-rock/alternative-rock, caratterizzata da un Mascis che non ha affatto perso talento e sensibilità melodica, non arrivando più all'altezza dei grandi classici del periodo 1985-1988 ma sicuramente superando il precedente Beyond, album che ora, alla luce di Farm, ne sembra più che altro una prova generale.


6.5/10
Permalink - commenti
categorie: musica, dinosaur jr

buttato giù in fretta da StepTb alle 16:31
venerdì, 26 giugno 2009

Relapse, 2009
Album


With Echoes in the Movement of Stone, quarto full-length dei Minsk, difficilmente può essere considerato al livello dei precedenti due album Out of a Center Which Is Neither Dead Nor Alive (del 2005) e The Ritual Fires of Abandonment (del 2007).
Probabilmente a causa di una certa fretta unita ad una certa autoindulgenza, il disco contiene difatti buone idee per al massimo un EP, che, composto dai momenti migliori, sarebbe stato un'uscita non rivoluzionaria ma sicuramente molto valida in campo doom-metal/post-metal.

L'opener Three Moons è ad esempio micidiale, un perfetto compendio di tutte le migliori caratteristiche del post-metal alla Minsk (canto straziato, chitarre abrasive e "sabbiose", excursus orientaleggiante con percussioni tribali e accompagnamento di voci da oltretomba, coda finale con rincorsa hardcore seguita da rallentamento doom); ad essa, che resta il gioiello dell'opera e forse in assoluto la più rappresentativa summa del loro stile, si affiancano in qualità anche Means to an End (un climax di stratificazioni chitarristiche e percussive, chiuso da una coda melodica tanto catchy quanto straziante) e i 9 minuti sempre imprevedibili di Crescent Mirror (che non solo azzeccano il continuo gioco tra violenza e rilassamento tipicamente post-metal, ma confezionano anche alcune delle melodie più suggestive a voce e chitarra).

Purtroppo, a tali interessanti momenti si contrappongono anche alcune tracce non molto ispirate, che suonano come semplici esercizi di maniera replicati sull'onda del sound di The Ritual Fires of Abandonment o sull'onda della tradizione doom-metal.
Il picco di déjà vu si tocca con Consumed by Horizons (sostanzialmente una rivisitazione della loro Embers, con solo qualche tocco psych-rock maggiore), mentre uno dei pezzi più estesi, ovvero Almitra's Premonition (10 minuti), sembra più che altro una jam improvvisata, nella quale viene tirato per le lunghe uno statico e magmatico calderone sonoro "doom" privo di veri sprazzi creativi, sino a raggiungere faticosamente l'ingiustificata lunghezza finale; sorte che più o meno condivide con la comunque più ispirata Requiem from Substance to Silence (11 minuti), valorizzata da alcune soluzioni d'atmosfera che diluiscono e rimodellano il flusso sonoro, ma ugualmente affondata da una lunghezza eccessiva in rapporto alle poche idee presenti.
Anche l'inizialmente migliore The Shore of Transcendence (10 minuti), con un decadente e druidico lamento funebre che sfocia in un maestoso riffing accompagnato da scariche di synth dissonanti, dopo una coinvolgente prima metà perde il proprio fascino, facendosi colpire da un eccesso di monotonia che sarebbe stato evitato con un maggiore senso critico, mentre la più breve e infernale Pisgah paga piuttosto un debito troppo elevato con le classiche distorsioni industrial-sludge alla Neurosis.
Queste tracce, non molto personali e troppo autoindulgenti, finiscono per prevalere nel disegno generale, rendendo With Echoes in the Movement of Stone un lavoro complessivamente più manierista che creativo, più ripetitivo che innovativo, stilisticamente più doom-metal che post-metal, composto da momenti più brillanti in contrasto con tediose lungaggini e anonimi colpi di coda dello stile perfezionato nella precedente release.

Un prossimo full-length chiarirà forse la natura di quest'opera riuscita a metà, che potrebbe essere una parentesi caratterizzata da un passeggero calo ispirativo causato dall'ansia di pubblicazione, un primo accenno di manierismo, o anche la dimostrazione di una non così solida personalità stilistica come invece sembravano dimostrare i due precedenti lavori.


6.5/10
Permalink - commenti
categorie: musica, minsk

buttato giù in fretta da StepTb alle 16:27
venerdì, 26 giugno 2009

V2 Records/Loyauté, 2009
Album


Il quarto full-length dei francesi Phoenix non rivoluziona per nulla il loro approccio musicale, né ribalta le sorti del crollo post-United (il debutto del 2000); viene inoltre confermato ancora una volta il principale difetto dell'indie-pop, ovvero l'indulgenza in un sound plasticoso, monotono, spesso anche apatico, che raramente vanta artisti capaci di rifiutarne il lato più corrivo e ripetitivo (lungo il 2008 forse solo i Vampire Weekend sono riusciti a dare una vera lezione di stile al filone).
I motivi d'interesse di Wolfgang Amadeus Phoenix sono giusto un paio di melodie catchy (Lisztomania, forse 1901) e, soprattutto, l'ipnotica e psichedelica Love Like a Sunset, degna di gareggiare con gli esperimenti onirici di The Field, ma purtroppo un'ultra-monotona e stanca seconda metà disco, da sbadiglio continuo, riesce a demolire ogni buona premessa.

5.5/10
Permalink - commenti
categorie: musica, phoenix

buttato giù in fretta da StepTb alle 12:34
domenica, 21 giugno 2009

(Ohlone/ILG - 2009)
Album


The Pariah, the Parrot, the Delusion (Ohlone/Independent Label Group, 2009), quarto full-length dei californiani Dredg, presenta a prima vista un inganno: la sua struttura simil-concept, con tematiche liriche ricorrenti e pezzi "reali" separati da vari brevi intermezzi, sembra rappresentare un ritorno di forti influenze prog-rock nel sound della band, che invece è cambiato poco o nulla rispetto alla svolta catchy del precedente Catch Without Arms.

Le prime tracce del disco mostrano comunque uno stile discreto, sorta di versione edulcorata dei pezzi più alternative-rock di Leitmotif, con la quasi-title-track Pariah (seguita dall'intermezzo digestivo Drunk Slide) e la successiva più coinvolgente Ireland (con seguente intermezzo digestivo Stamp of Origin: Pessimistic), arrivando a centrare il pieno coinvolgimento con l'energica ed emotiva Light Switch.
Tale incipit in realtà confonde, dal momento che pare introdurre una versione più mainstream e pop del loro capolavoro Leitmotif prendendo tuttavia almeno un po' le distanze dalle melodie più corrive di Catch Without Arms, ma i successivi pezzi mettono in chiaro che quella fastidiosa patina radio-friendly è stata tutto fuorché distanziata: Gathering Pebbles e Information riprendono esattamente quegli stessi difetti, così come la più emo-pop Saviour (che si impegna presto ad accantonare gli accenni stratificati e dissonanti sbucanti brevemente a metà traccia).
L'unico momento a portare nuovamente una certa freschezza, ovvero la coinvolgente ed energica I Don't Know, arriva prima del crollo definitivo rappresentato dalle varie Mourning This Morning, Cartoon Showroom e Quotes, semplici pop-rock con leggere influenze emo-core e alternative-rock, che nei momenti migliori sembrano un riciclo dei Taproot ed in quelli peggiori un riciclo degli U2.
Un tentativo non troppo riuscito di inglobare alcune nuove tendenze è la seguente Down to the Cellar, sostanzialmente una strumentale post-rock che ormai non aggiunge nulla a quel panorama, mentre dei vari intermezzi che ricorrono lungo il disco riescono a dire qualcosa di interessante forse solo la quasi post-rock R U O K? (con un trascinante arpeggio portante) e Long Days and Vague Clues (con violini e pianoforte da freak show).


I Dredg hanno deciso di continuare lungo la loro scia più "rock" e vicina al formato-canzone, ma senza volere o riuscire ad abbandonare l'anima più pop, noiosa e già sentita che emergeva lungo soprattutto la seconda metà di Catch Without Arms, e anzi, in molti momenti i quattro musicisti sono anche riusciti a peggiorarla, privandola degli spunti più energici e catchy che pur erano riusciti a partorire le varie Bug Eyes o Hung Over on a Tuesday; di composizioni davvero coinvolgenti (come Ode to the Sun) o davvero emotive (come Matroshka), poi, non c'è proprio traccia, e il tutto si riduce ad un alternative-rock molto radio-friendly e abbastanza spento, il cui unico pregio è di risultare più elegante e autoriale rispetto alla media del mainstream.

L'album è dedicato a Chi Cheng, bassista dei Deftones (che sono stati una delle principali influenze sui primi lavori della band) rimasto vittima di un grave incidente stradale nello stesso periodo delle registrazioni.


6/10
Permalink - commenti
categorie: musica, dredg

buttato giù in fretta da StepTb alle 15:23
martedì, 16 giugno 2009



...
Permalink - commenti
categorie: musica, clip

buttato giù in fretta da StepTb alle 18:39
mercoledì, 10 giugno 2009

Island, 2009
Album


U
n netto passo in avanti rispetto ai precedenti full-length Noise e Lights viene compiuto dagli Archive tramite Controlling Crowds (Island, 2009), un lavoro massiccio e pregno di idee, con 13 pezzi per la durata complessiva di ben 78 minuti, che allo stesso tempo da una parte ripudia ogni sbandata pop, e dall'altra smantella i vari cliché e i vari momenti triti e noiosi delle precedenti release, grazie ad una continua variazione stilistica, un continuo velo malinconico accentuato dagli archi, e una certosina cura per le ritmiche.
Il disco, che vede come principale vocalist ancora Pollard Berrier affiancato da vari guest, trasporta letteralmente il trip-hop di Londinium verso il 2009, rimasticandolo tramite una serie di influenze (dall'indietronica all'ambient all'hip-hop) e aggiornandone la formula.

La title-track, piazzata in apertura e lunga 10 minuti, è la loro classica suite alla Again, ma stavolta con divagazioni ridotte al necessario e quindi con meno autoindulgenza; Bullets è l'emozionale, catchy e potente singolo di lancio; Words on Signs un perfetto incrocio tra indie-rock, trip-hop e rassegnata confessione a pianoforte e voce (di Dave Pen); il climax di Dangervisit passa con agilità da un'apertura intimista ad un'esplosione prog-rock alla Porcupine Tree; Quiet Time è un pulsante e struggente hip-hop (le parti rap sono di Rosko John) che ricorda felicemente le atmosfere della Skyscraper di Londinium.
I 9 minuti di Collapse / Collide, influenzati dai Massive Attack, vengono condotti dalla penetrante voce di Maria Q sopra a monumentali arrangiamenti stratificati; Clones si rivela un calderone di influenze, citando perfino l'indie-folk di Fleet Foxes e Animal Collective prima e dopo una full-immersion in potenti pulsazioni elettroniche; Bastardised Ink, un altro hip-hop cantato da Rosko John, è uno degli episodi meno convincenti, con eccessivi tocchi kitsch e poca originalità; Kings of Speed, con voce di Dave Pen, esplode da un trip-hop alla Massive Attack ad una cavalcata a metà tra prog-rock e indietronica, anche se il pezzo più vicino al classico sound di Bristol è probabilmente il successivo Whore, cantato da Maria Q.
L'eterea Chaos, elevata da celestiali stratificazioni di archi e voce, introduce Razed to the Ground, terzo e ultimo hip-hop rappato da Rosko John, che stavolta sfoggia forti contaminazioni con il dubstep, dopodiché l'album viene concluso dai 7 minuti in crescendo della dimessa Funeral, forse anche l'unico momento non molto convincente assieme a Bastardised Ink.


7/10
Permalink - commenti (1)
categorie: musica, archive

buttato giù in fretta da StepTb alle 02:53
mercoledì, 10 giugno 2009

<< As of March 9, 2009, the U.S. Nuclear Regulatory Commission had received 26 applications for permission to construct new nuclear power reactors [1] with at least another 7 expected.[2] Six of these reactors have actually been ordered.[3] In addition, the Tennessee Valley Authority petitioned to restart construction on the first two units at Bellefonte. >>

Ergo piantiamola di dire che con il nuovo governo gli USA stiano de facto spegnendo tutti i reattori e abbandonando l'energia nucleare, perché è solo l'ennesima bufala messa in giro dai verdi.
L'ARRA c'è, ovviamente, ed è giusto e importante che ci sia, ma solo un boccalone potrebbe credere che in quest'epoca una grossa nazione pensi di contare in un futuro prossimo esclusivamente sull'energia rinnovabile. Agli antinuclearisti, come direbbe Chibi, consiglio una bella cura a base di realtà™.
Permalink - commenti
categorie: generalità

buttato giù in fretta da StepTb alle 20:12
sabato, 30 maggio 2009

(Columbia, 2009)
Album


Together Through Life (Columbia, 2009), guidato soprattutto dalle fisarmoniche di David Hidalgo dei Los Lobos, che dominano sugli arrangiamenti a chitarra, banjo, mandolino, tastiere e tromba di Mike Campbell, Donnie Herron e Dylan stesso, perde la ritrovata eleganza e sensibilità caratterizzante il precedente Modern Times, al quale vorrebbe opporsi programmaticamente come disco più vicino alle classiche love-song struggenti, nei fatti complessivamente variando troppo poco una formula piuttosto monotona. Il pezzo più significativo e frizzante resta probabilmente l'opener Beyond Here Lies Nothin, mentre il tono romantico generale viene in parte bilanciato dalle più blueseggianti Shake Shake Mama, Jolene e It's All Good.
Molti dei testi sono scritti assieme a Robert Hunter, paroliere dei Grateful Dead.

5.5/10
Permalink - commenti
categorie: musica, bob dylan

buttato giù in fretta da StepTb alle 09:29
martedì, 26 maggio 2009

(Interscope - 2009)
Album


Il "reverendo" torna con il nuovo full-length The High End of Low (Interscope, 2009), costato quasi un intero anno tra registrazioni e post-produzione.
Tale nuovo lavoro suona inaspettatamente superiore alle ultime due pessime release, e il motivo è presto scovato: in line-up è tornato il defezionario Twiggy Ramirez, coadiuvato a tastiere e produzione dall'ottimo Chris Vrenna (ex drummer per i Nine Inch Nails e guest per infiniti altri progetti), e sostenuto anche da una ritrovata verve canora da parte del frontman.
In particolare, Twiggy Ramirez porta nel sound dell'album una nuova anima alternative-rock direttamente influenzata dai suoi side-project e da act industrial-rock contaminati e melodici come i Black Light Burns.

Dalla sofferta opener Devour alla ninna-nanna oscura di 15, si assiste ad una serie di buone variazioni stilistiche e relativamente soddisfacenti hook melodici, con picchi forse nella trascinante Pretty as a Swastika, nella drammatica power-ballad Running to the Edge of the World, nella straziata e distorta Wight Spider, nel bizzarro e lievemente deadkennedysiano singolo di lancio We're from America, nei 9 minuti della tesa I Want to Kill You Like They Do in the Movies, nella ballata Into the Fire.
La qualità complessiva viene però intaccata da una lunghezza totale di 72 minuti, eccessiva rispetto alle idee contenute, fatto che si traduce nella presenza di mediocri filler (come l'industrial-metal di quinta mano Arma-Goddamn-Motherfuckin-Geddon, il noioso synth-pop new-wave di WOW, l'inutile I Have to Look Up Just to See Hell che auto-ricicla la già cover I Put a Spell on You dell'EP Smells Like Children, etc.), ma anche dal monotono sciorinare lirico, quasi completamente incentrato su rapporti tra partner ed ex-partner (l'ultima bega sentimentale per Manson è stata l'ovvia recente rottura con l'attrice Evan Rachel Wood), dunque totalmente privo di interesse o di veri spunti riflessivi e provocatori come potevano esserlo i primi album del singer; una sequenza di testi alla Eat Me, Drink Me (seppur felicemente priva di sbandate dark teenageriali come If I Was Your Vampire) o alla Coma Black risulta tediosa e pesante da digerire.

Se i due dischi precedenti erano egocentrici e autoindulgenti, nello specifico The Golden Age of Grotesque il prodotto di un giullare di corte corroso dal music-biz e Eat Me, Drink Me quello di un esaltato da una parte abbandonato dai suoi compagni e dall'altra contagiato da sentimentalismi dark svenevoli e sound retrò, The High End of Low è un calibrato ritorno sui propri passi da parte di un artista più modesto (forse perché ora consapevole della propria mediocrità se privato di buoni collaboratori), reduce da quel periodo e ancora influenzato da esso, ma prevalentemente anche disilluso, rassegnato, pessimista, in preda a nevrosi e crisi di astinenza.

L'album evidenzia soprattutto tre fatti: il primo è che Manson non può essere lasciato da solo o in compagnia di guest bizzarri per funzionare, ma dev'essere supportato da artisti affermati e d'estrazione industrial-rock (come appunto Chris Vrenna e Twiggy Ramirez); il secondo è che Twiggy Ramirez è probabilmente sempre stato il miglior membro della band, capace com'è di raddoppiare le potenzialità dell'altrui songwriting; il terzo è che ancora una volta la qualità artistica si dimostra slegata dalla commerciabilità, in quanto un lieve allontanamento da MTV e dal music-biz più pop è bastato a migliorare i risultati.

Ora in realtà c'è da sperare che questo o il prossimo siano anche gli album d'addio di Manson, in modo da recuperare parte della credibilità perduta e chiudere la carriera decorosamente, evitando un altro inevitabile crollo.

La Deluxe Edition contiene altre sette tracce tra remix e alternative version.


6/10
Permalink - commenti
categorie: musica, marilyn manson

buttato giù in fretta da StepTb alle 19:35
giovedì, 14 maggio 2009

Reprise, 2009
Album


Il sesto full-length Cult of Static (Reprise, 2009) è fin'ora il capitolo più insapore di tutta la carriera degli Static-X; se con Start a War era almeno stato recuperato un po' del tono funny degli esordi, e con Cannibal era giunta inaspettata anche una siringata di adrenalina a ravvivare il sound, nel nuovo album sono assenti sia la prima caratteristica che la seconda: il sound non è mai stato tanto monotono e ripetitivo, stancando facilmente l'ascoltatore lungo le 11 tracce.
Passata la feroce e coinvolgente opener Lunatic (con un featuring alla chitarra di Dave Mustaine dei Megadeth) ed il trittico delle classicamente sincopate e metalliche Z28, Terminal e Hypure, con continui richiami ai pezzi dell'album precedente, ciò che segue è assolutamente privo di energia o interesse, suonando come una continua ripetizione della stessa stanca traccia industrial-metal.
Wayne Static (anche produttore assieme a John Travis) vorrebbe forse diventare un nuovo Al Jourgensen, ma non ne ha minimamente la stoffa e la capacità creativa: The Last Sucker, il disco d'addio dei Ministry, può tranquillamente spazzare via le ultime release degli Static-X, e anzi, basterebbe la sola traccia Die in a Crash per poterlo fare.

5/10
Permalink - commenti
categorie: musica, static-x

buttato giù in fretta da StepTb alle 18:52
giovedì, 14 maggio 2009

Interscope, 2009
Album


Metamorphosis (Interscope, 2009), quinto (o sesto, contando l'autoproduzione d'esordio) full-length dei Papa Roach, completa la metamorfosi, appunto, del quartetto in una stanca riesumazione dell'hard-rock alla 1980s, iniziata già dal 2004.
Il lavoro presenta anche un infido tranello: nonostante le prime tracce (Change or Die e Hollywood Whore, che mescolano svariate influenze nu-metal, emo-core e hard-rock, ma anche l'hard-rock dal chorus catchy e scoppiettante I Almost Told You That I Loved You) facciano intuire una ritrovata verve esplosiva, il percorso prosegue con un improvviso crollo qualitativo, e va costantemente in calando senza un'ombra di risalita.
Il festival dei cliché caratterizza gli interi ultimi due terzi dell'album, e tocca picchi davvero fastidiosi con una serie di power-ballad hard-rock vecchie di vent'anni (Lifeline, Had Enough, March Out of the Darkness, Carry Me) che vanno dal mediocre al pessimo; i maldestri tentativi "heavy" di Live This Down e Into the Light non riescono a ravvivare l'interesse, mentre il colpo di grazia viene dato dalle conclusive Nights of Love (strofe grunge e chorus danzereccio) e State of Emergency (ennesima power-ballad di stampo pop-metal alla 1980s).
A peggiorare il tutto, una produzione ancora più radiofonica rispetto agli standard del gruppo.

5/10
Permalink - commenti
categorie: musica, papa roach

buttato giù in fretta da StepTb alle 17:34
giovedì, 14 maggio 2009

Equal Vision/Taperjean, 2009
Album


First Temple, full-length d'esordio degli australiani Closure in Moscow, dopo il debutto sul mercato avvenuto nel 2008 con l'EP The Penance and the Patience, conferma la rotta stilistica priva d'originalità della band.
Sostanzialmente tutte le tracce costituiscono un incredibile plagio espressivo e stilistico ai primi The Mars Volta, con il loro mix di post-hardcore e progressive-rock barocco, copiati spudoratamente persino nei gorgheggi del singer Chris De Cinque; i momenti che più si distanziano da tale operazione arrivano proprio al termine del disco (Arecibo Message e Had to Put It in the Soil), e ancora una volta palesano immensi debiti con molti acts contemporanei, stavolta più semplicemente post-hardcore/emo-core (Saosin, Coheed and Cambria, Aiden, e nell'ultima traccia anche Taproot), i quali affiorano comunque di tanto in tanto anche in alcune delle tracce precedenti.
La tecnica del quintetto ai relativi strumenti marcia di pari passo ad una completa mancanza di personalità espressiva.
Difficile poter prendere sul serio un progetto simile.

5.5/10
Permalink - commenti
categorie: musica, closure in moscow

buttato giù in fretta da StepTb alle 17:26
giovedì, 14 maggio 2009

Planet Mu, 2009
Album

Il nuovo lavoro di Aaron Funk non è nulla più che un palese divertissement personale; Filth difatti si pone nel solco del ramo breakcore più "tradizionale" del progetto Venetian Snares (quello esploso nel 2001 con Doll Doll Doll dunque, e non il più emozionale e apprezzato filone aperto nel 2005 da Rossz csillag alatt született), ma suona come uno stream of consciousness autoreferenziale, autoindulgente e soprattutto eccessivamente amatoriale (specie nei sound acid-techno), impallidendo anche nel confronto con il precedente Detrimentalist, che pur segnava un ritorno al breakcore dopo la parentesi del più complesso e raffinato My Downfall (Original Soundtrack).
Al di là dell'efficace sequenza di divertenti titoli (Chainsaw Fellatio, Pussy Skull, Mongoloid Alien, Calvin Kleining), delle progressioni schizofreniche dell'opener Deep Dicking e del climax melodico con sampling pornografici di Kimberly Clark, c'è assai poco di valido lungo la decina di esercizi stilistici che compongono l'album, facendo trionfare così troppo spesso derivatività (è passata almeno una decina d'anni da quando esperimenti simili potevano suonare innovativi), superficialità e noia.

5/10
Permalink - commenti
categorie: musica, venetian snares

buttato giù in fretta da StepTb alle 19:36
giovedì, 09 aprile 2009

Prosthetic, 2009
Album


Con il quarto full-length Static Tensions, i Kylesa di Savannah giungono al loro capolavoro: l'album suona difatti come un punto d'arrivo ben definito, e palesa ulteriormente l'anima transitoria del precedente Time Will Fuse Its Worth (2006), disco nel quale venivano incorporate per la prima volta la doppia batteria e le influenze post-metal,
ma in cui il songwriting non risultava ancora all'altezza delle ambizioni, finendo per crollare in una seconda metà nettamente inferiore alla prima.
Static Tensions si allontana di qualche passo dallo sludge-core più nevrotico e veloce dei dischi precedenti, ridimensiona la fragorosità delle chitarre (i "wall of sound" metallici scendono di posizione, esaltando i ruggiti viscerali dei groove), ma allo stesso tempo spazia in variazioni stilistiche più interessanti, e indovina un azzeccato utilizzo delle due batterie (che vengono registrate e mixate separatamente nei due canali left e right, creando un effetto psichedelico).
In linea di massima è anche evidente l'influenza ispirativa esercitata dai concittadini Baroness, autori tra il 2003 e il 2007 di due EP e un album che hanno irrimediabilmente segnato l'evoluzione di sludge e post-metal grazie ad una delle formule più creative del periodo.
Altra decisiva influenza sull'evoluzione intrapresa sembrano essere anche i Sonic Youth, ricordati specialmente nelle voci sepolte dalle chitarre (tipico marchio della tradizione noise-rock) e nelle melodie vocali della chitarrista-cantante Laura Pleasants (che spesso evocano Kim Gordon).

La differenza con molti altri acts dello stesso genere è che i Kylesa, nella loro evoluzione, sembrano intenzionati soprattutto a non perdere mai di vista la propria furia ritmica e le proprie radici hardcore, come testimoniano peraltro sin dall'opener Scapegoat, un trascinante hardcore in piena regola con un'accoppiata catchy di scream vocale maschile e riffing chitarristico.
I primi cenni sperimentali arrivano invece con Insomnia for Months, breve orgia di ritmi sincopati, esplosioni sludge, vortici sonori e un primo passaggio da melodia a scream della Pleasants.
L'attacco del doppio drumming si fa furibondo e ricco di influenze tribali nella disorientante Said and Done, divenendo ancora più esotico nella seguente Unknown Awareness, a tutti gli effetti uno dei vertici del disco, elevato da un'ipnotica introduzione mediorientale che sfocia in un esplosivo chorus e un bridge psichedelico.
Il crescendo di sperimentazione tocca anche un picco "doom" con la cadenzata e pesante Running Red, che riesce ad omaggiare allo stesso tempo sia la tradizione foxcore (con le melodie grunge-punk della Pleasants) sia i più massicci riff dei Black Sabbath (nel chorus la chitarra quasi rimastica il riff di Iron Man), chiudendosi in una coda stoner-doom demolitrice.
Nature's Predators, forse l'unico momento superfluo e poco riuscito del lavoro, lascia spazio a Almost Lost, le cui melodie e stratificazioni riescono a centrare l'enfasi epica già rincorsa lungo le prime tre tracce, ma l'album si chiude con un trittico ancora più interessante, tra Only One (implacabile e coesissima sequenza di esplosioni hardcore, malinconiche melodie vocali femminili, drumming impazziti, assoli su base sludge e lente cadenze doom), Perception (aperta da un caotico vortice sludge cui seguono un riff trascinato da declamazioni punk, e un grandioso crescendo melodico che vede il doppio drumming elevarsi in un delirio psichedelico prima di sfociare nella micidiale coda) e la conclusiva To Walk Alone
(che sfrutta ancora una volta felicemente il talento canoro della Pleasants, facendola passare da una nenia melodica in stile Sonic Youth ad un'esplosione screamo, attraverso uno dei più suggestivi e mediorientaleggianti climax musicali dell'album).


7/10
Permalink - commenti
categorie: musica, kylesa

buttato giù in fretta da StepTb alle 01:44
domenica, 05 aprile 2009

Reprise, 2009
Album


Crack the Skye completa la quadrilogia elementale dei Ma
stodon, con un concept-album stavolta dedicato all'aria e all'etere, affrontato tramite un'intricata e fantasiosa narrazione (comprendente citazioni al distacco dell'anima dal corpo, alla Russia zarista e Rasputin, alla teoria dei wormhole come passaggi dimensionali, alle tentazioni del demonio) che si sbobina lungo sette tracce. Il titolo è anche una dedica personale del batterista Brann Dailor a sua sorella Skye Dailor, suicidatasi all'età di 14 anni.
Il nuovo full-length dei quattro statunitensi è stato composto principalmente dal cantante e chitarrista Brent Hinds durante la sua guarigione da un serio incidente alla testa, e minimizza ulteriormente il loro lato post-hardcore e post-thrash, aumentando invece spropositatamente le influenze dai momenti meno violenti dei primi Metallica e dal prog-rock alla Genesis e Rush (ma in misura molto minore anche King Crimson, Pink Floyd del periodo centrale e Tool). Nell'operazione si fanno anche contagiare più del solito dagli eccessi prog "freak" alla The Mars Volta, sempre presenti nella loro ricerca verso un nuovo tipo di sound prog-metal. Il risultato è un disco molto variegato ma anche non molto potente, che trova il suo punto di forza nella solita terrificante capacità tecnica e onnivora del quartetto, e il suo punto di debolezza nella poca coesione e poca forza di sfondamento che a conti fatti caratterizza i pezzi.

Oblivion espone in breve molti di tali pregi e difetti: apre il lavoro con una melodia chitarristica arabeggiante in crescendo alla Tool, detonando in una loro tipica strofa post-thrash ma stavolta con ritmiche più rilassate e il batterista Dailor alla voce, la quale a sua volta cozza però violentemente con un poco brillante pre-chorus in stile Ozzy Osbourne, e si eleva di nuovo solo tramite un'apertura melodica con splendido chorus catchy e psichedelico, chiudendosi in una serie di assoli chitarristici prog-rock un po' derivativi.
La meno originale Divinations, anche singolo di lancio, viene introdotta da poche note di banjo, per poi rivelare un improvviso aumento della velocità ritmica, sotto ad una strofa digrignata sul palm-mute proveniente alla lontana da Leviathan, ma ancora una volta si evolve verso pre-chorus e chorus melodici e catchy, ricordando le melodie vocali più emo-core e dirette di Blood Mountain, per poi aggiungere un assolo heavy-metal tempestoso con shredding slayer-iano in versione più pulita e blues.
La sezione centrale, composta dalle seguenti tre tracce, si rivela anche come il vertice dell'opera: Quintessence inanella una strofa cantata in maniera dissonante su melodia chitarristica mitragliata, parentesi psichedeliche ariose con synth space-rock, chorus metalcore esplosivo poi tramutato in declamazione epica su riff aperti, bridge con nuovo squarcio chitarristico, chiusura heavy-sludge. The Czar, suite in quattro movimenti per un totale di 11 minuti, è forse il miglior momento dell'album: introduzione hard-prog con organo atmosferico e arpeggiato distorto, strofa sludge rallentata in un panorama dilatato e onirico alla Sleeping Giant, che tramite una scossa distorta balza ad un chorus heavy e catchy elettrizzato da un flusso continuo di elementi sonori (rimbombi di basso, intrecci vocale tra Sanders e Hinds, successione di riff folgoranti) per poi distendersi in una pioggia di assoli su accordi aperti e ritmica rallentata (introdotta brevemente da un'ottima melodia vocale di Hinds), e conclusione con una ripresa della strofa iniziale stavolta arrangiata in maniera più massiccia e barocca. Ghost of Karelia è invece la più stretta parentela con i momenti melodici meno violenti di Blood Mountain (come S
iberian Divide, la traccia tutto sommato più simile e anticipatrice di Crack the Skye), orientandosi su sound decisamente più personali e già abbozzati in passato dalla band, grazie a ritmiche molto più fitte e tecnicamente impressionanti, flussi chitarristici implacabili, melodie liquide e sciolte, stacchi aggressivi equilibrati da immediate dilatazioni psichedeliche.
L'angosciosa title-track ospita come guest Scott Kelly, i cui contributi vocali abrasivi su tipico tappeto chitarristico sludge-post-metal alla Neurosis vengono utilizzati da introduzione ad epiche progressioni melodiche come il minaccioso chorus e il più blacksabbathiano post-chorus, proseguendo poi in una scarica di cupi assoli su base sludge (commentati da una voce robotica in stile Cynic), che si incattiviscono per re-introdurre chorus, pre-chorus e strofa, stavolta resi più massicci da ulteriori strati drone in arrangiamento.
Con la conclusiva The Last Baron, lunga 13 minuti, si tocca l'apice di déjà vu e barocchismo, a causa di strofa pienamente alla Ozzy Osbourne, chorus ultra-pomposo quasi power-metal, improvvise impennate jazz-rock barocche sulla scia della Bladecatcher di Blood Mountain, che però, più che altro, ricalcano eccessivamente i Rush di YYZ, e finale con assolo blues-prog.

In realtà non è presente una sola traccia di bassa qualità, e l'insieme riesce a non superare mai la soglia dell'eccesso barocco (anche se sfiorando spesso tale rischio, particolarmente in The Last Baron, a causa delle influenze alla The Mars Volta più forti del solito), ma non si giunge mai al capolavoro o al vero stand-out, sfiorandolo appena solo in The Czar. Questo perché i pezzi risultano spesso e volentieri troppo poco fluidi, lineari e privi di reale impatto; il concept "etereo", riflesso nell'ariosità prog delle composizioni e nella soffocata produzione di Brendan O'Brien, blocca in parte l'originalità della band, che sapeva esprimersi anzitutto tramite sound più sanguigni e anarchici. Si tenta di compensare questo freno in sede compositiva tramite ulteriori stratificazioni e maestosi arrangiamenti, ma spogliando mentalmente il suono degli eccessi post-produttivi saltano all'orecchio con facilità la minor coesione, la maggior superficialità, la minor coerenza umorale e melodica e l'eccessiva evidenza di cliché del passato, tutti difetti portati dal cambiamento stilistico e prima assenti; tale risultato diviene evidente anche considerando quanto i momenti più simili ai trascorsi album convincano sempre, mentre le "novità" si inseriscano spesso in maniera claudicante nel flusso.
Crack the Skye è un album costruito quasi interamente sulle intuizioni che già permeavano le tracce Elephant Man, Hearts Alive, Sleeping Giant, Pendulous Skin e Siberian Divide, ma almeno metà dei pezzi di questa nuova release non arriva all'altezza qualitativa di quelle composizioni ispiratrici, peccando ora in superficialità ora in barocchismo, ora in poca coesione ora in inserimenti derivativi, finendo per frenare e detrarre dagli ottimi momenti musicali che per brevi tratti pur affiorano di continuo.


7/10
Permalink - commenti
categorie: musica, mastodon

buttato giù in fretta da StepTb alle 13:53
mercoledì, 01 aprile 2009

Permalink - commenti
categorie: musica, web , generalità

buttato giù in fretta da StepTb alle 13:44
martedì, 31 marzo 2009

Capitol Records, 2009
Album


Il ritorno dei The Decemberists di Portland, capitanati dal sempre più ambizioso Colin Meloy, dimostra al pubblico ciò che gli hardcore-fan della band già sapevano, ovvero che il precedente disco The Crane Wife (2006), primo loro lavoro uscito per major, era in realtà solamente una bozza preparatoria e transitoria verso una nuova veste stilistica.
Laddove la band aveva difatti tentato un accenno progressive-rock con la suite in tre movimenti The Island (ispirata a The Tempest di Shakespeare) e gli 11 minuti dell'elaborata The Crane Wife 1 & 2, il nuovo disco The Hazards of Love rompe del tutto gli indugi e sfocia direttamente nel formato del concept album.
Lungo le 17 tracce che compongono il disco viene difatti narrata stavolta un'unica fiabesca storia, incentrata sull'evolversi del rapporto tra due amanti di nome Margaret (ragazza che abita una città vicina ad una taiga) e William (abitante mutaforme della stessa), ostacolati nel loro incontro da due antagonisti corrispondenti a The Queen (la regina della foresta) e The Rake (un omicida senza scrupoli).
Alla voce del leader Meloy, che pur interpreta più personaggi, si accostano i perfetti contributi canori di Becky Stark dei Lavender Diamond (nel ruolo di Margaret) e Shara Worden dei My Brightest Diamond (nel ruolo della regina).

Tramite il suo suggestivo aspetto narrativo, l'album vuole palesemente riprendere la tradizione dei concept prog-rock, ispirandosi in primo luogo al The Wall dei Pink Floyd; in tale ricerca porta così il classico stile indie-folk della band verso un nuovo livello sonoro, contaminato dall'hard-rock.
Le radici folk e i marchi di fabbrica tipici di Meloy non vengono comunque abbandonati, e anzi affiorano senza ostacoli nella maggioranza delle tracce: The Hazards of Love 1 (The Prettiest Whistles Won't Wrestle the Thistles Undone) e The Hazards of Love 2 (Wager All), dotate di una notevole epicità e potenza melodica, ma soprattutto la soffusa Isn't It a Lovely Night?, con fisarmonica ad accompagnare il duetto vocale tra Meloy e la Stark, la medievaleggiante Annan Water, il picco barocco rappresentato dai cori infantili su The Hazards of Love 3 (Revenge!), e la romantica chiusura finale The Hazards of Love 4 (The Drowned).
La novità maggiore è tuttavia rappresentata dalle tracce più aggressive, ovvero Won't Want for Love (Margaret in the Taiga), trascinata implacabilmente da una serie di splendide trovate melodiche tra chitarre, voce della Stark e breve incursione vocale di Meloy, ma anche The Wanting Comes in Waves / Repaid, The Queen's Rebuke / The Crossing (entrambe con chitarre e tastiere hard/psych probabilmente influenzate dagli ultimi Black Mountain), la devastante The Rake's Song (che esplode su un fragoroso tappeto percussivo, mentre Meloy,
inanellando oltretutto una delle sue migliori melodie vocali, impersona l'antagonista di turno narrando con sarcasmo e perfidia di come abbia ucciso i propri figli per tornare a sentirsi libero da fardelli).
I pezzi vengono uniti e cuciti da alcuni brevi interludi: un introduttivo Prelude; il travolgente A Bower Scene, che poi torna con testo differente sotto il titolo The Abduction of Margaret; il morriconiano The Queen's Approach; il folkeggiante An Interlude; il dilatato ed emotivo Margaret in Captivity, che riprende la melodia di Meloy presente in Won't Want for Love (Margaret in the Taiga) facendola cantare alla Stark; The Wanting Comes in Waves (Reprise), che riprende il chorus dell'omonima precedente traccia.
Analizzando la fluidità complessiva, il disco procede trascinante e senza tregua soprattutto grazie ai primi strepitosi due terzi, tirando troppo la corda solamente verso il finale, specie con l'eccessivamente lunga e forse del tutto evitabile The Hazards of Love 3 (Revenge!), figlia del Meloy più barocco e pretenzioso, ma anche alla non certo indispensabile The Wanting Comes in Waves (Reprise), per poi concludersi senza sbavature o crolli nella soddisfacente ultima traccia.

Rispetto a Picaresque (2005), probabilmente destinato a rimanere il capolavoro della band anche solo per l'eclettismo stilistico, si avverte effettivamente la mancanza di parentesi folk intimiste e toccanti come Eli, the Barrowboy, di folk funerei come From My Own True Love (Lost at Sea), di lunghe ed elaborate composizioni teatrali come The Mariner's Revenge Song, o anche di allegre spruzzate pop come 16 Military Wives, tuttavia tali mancanze vengono compensate da elementi di novità come le ritmiche bombastiche, i riff aggressivi, le elettrizzazioni trascinanti e la freschissima alternanza tra voce maschile e femminile, il tutto senza perdere affatto il solito talento melodico e narrativo di Meloy, anzi toccando anche alcuni nuovi vertici in tal senso.
Al succitato rinnovamento si accompagna poi anche la non commerciale struttura da concept, che nell'era della frammentazione digitale restituisce dignità al formato-album come opera artistica unitaria.

Le prime reazioni perplesse di alcuni evidenziano in realtà soprattutto quanto l'album riesca a distaccarsi dal melmoso e superficiale panorama alternativo attualmente trendy.
Ostracizzato infatti fin da subito dagli ambienti "indie" estremisti, il disco suona felicemente fuori da ogni moda, e riesce ad inventare una nuova formula d'approccio al tradizionale formato del concept narrativo prog-rock partendo da forti e sempre presenti radici indie-folk e pop-rock.
Il risultato, grazie soprattutto al susseguirsi di trascinanti melodie e giocose variazioni, suona decorosamente fresco, tanto da potersi rivelare un'ottima sorpresa per qualsiasi fan sia del vecchio hard/prog sia dell'attuale indie-folk - l'importante è avere una mentalità sufficientemente elastica da accettare la contaminazione e le velleità della proposta.


7/10
Permalink - commenti
categorie: musica, the decemberists

buttato giù in fretta da StepTb alle 02:28
martedì, 31 marzo 2009

Con questo post dirò la mia, spero il più brevemente possibile e mettendo assieme pareri scritti in alcuni forum, su Watchmen e Push, gli ultimi due superhero-movies attualmente in sala; (non avrei voluto ma) lo farò perché, nonostante successivamente ad entrambe le visioni io abbia maturato un assolutamente convinto e rapido giudizio che si potrebbe categorizzare come "appena sufficiente", sto continuando a leggere delle sparate assurde tese a glorificare tali due pellicole (la prima mantiene addirittura un 8.0/10 su Imdb). Contrastiamo.

Watchmen è un adattamento mediocre dell'ottima graphic novel di Moore, Gibbons e Higgins. Già dal principio si sapeva tale opera come "infilmabile", secondo le precise parole degli autori, e sicuramente si era consci della quasi impossibilità del veder tradotto su schermo l'apparato narrativo a più livelli.
Il problema dell'adattamento, firmato in regia dallo Zack Snyder di 300, è che fallisce anche su gran parte del resto, quel resto che si sperava sarebbe stato invece trasportato con criterio: dall'inizio alla fine si ha una sgradevole sensazione di surrogato, il ritmo e la capacità narrativa latitano, troppi sono i tagli a materiale possibile e interessante (una su tutte la side-story dello psicologo), poco soddisfacenti le modifiche ai dialoghi, eccessive e/o out of character le sequenze d'azione (salti di due metri dall'elicottero, arrampicate atletiche con l'arpione, slow motion nel tentato omicidio e nell'incendio, risse combattute da Neo contro gli agenti Smith invece che da normalissime persone pure più fiacche di prima perché fuori allenamento da anni), pessime le scelte in colonna sonora (cliché come Times Are A-Changin' e la cavalcata wagneriana, stonature esemplari come la sequenza del funerale con Simon & Garfunkel o la scena di sesso), deludente l'imbrigliata regia (che riesce anche a peggiorare la scena dello stupro e quella della nascita di Rorschach addolcendole e soprattutto non facendone percepire il vero senso).
La produzione è talmente hollywoodiana e da blockbuster, che non si è riuscito nemmeno a comunicare i due più importanti risvolti etici evidenziati da Moore, ovvero che i "supereroi" sono in realtà poveracci emarginati dalla società che si travestono e scagliano contro i criminali per sentirsi qualcuno (mentre nel film diventano improvvisamente atletici supereroi con un forte senso di giustizia), e che gli antieroi all'inizio meno umani si rivelano invece come i migliori, più sinceri e lungimiranti (cosa mandata del tutto a monte nel film, soprattutto grazie all'orrenda reazione "buonista" di Nite Owl contro Veidt, che lo mostra come un eroe arrabbiato dalle ingiustizie e non come il perdente che in realtà è, totalmente incapace di uno sbotto istintivo simile - senza parlare dell'attitudine algida di Veidt e del poco approfondimento sul Comico, trattati in modo che entrambi alla fine vengano percepiti come macchiette negative invece che come i più consapevoli delle vite di tutti -"mi ha aperto gli occhi, come solo i comici migliori sanno fare", gran frase di Veidt assente nel film-, e ancora senza parlare dell'importante e sarcastica frase finale di Manhattan "nulla finisce" detta ad un preoccupato e umano Veidt, quando nel film tale sequenza è del tutto assente e la frase viene invece fatta dire più tardi a Silk in modo romantico e hollywoodiano, perdendone dunque il senso originale).
Pregi della pellicola: si arriva al più che sufficiente solamente per pochi brevi tratti coinvolgenti, per un casting quasi perfetto (l'eccezione è Veidt), e per una modifica al finale assolutamente convincente e coerente.
Per il resto siamo davanti ad uno dei peggiori adattamenti cinematografici di un'opera di Moore, probabilmente bissato solo da The League of Extraordinary Gentlemen.
Le persone che hanno amato il film di Watchmen rientrano probabilmente in questi due ordini: spettatori ignari dell'opera originale, e spettatori che non hanno apprezzato l'opera originale per i suoi risvolti più profondi e complessi bensì solo per gli elementi trasposti anche nell'adattamento.
In ogni caso restano comunque più rispettabili in confronto a chi credeva di trovarsi di fronte ad un nuovo Spider-Man, X-Men o Hulk, rimanendo così poco divertito.

Push, scritto dal quasi inesperto David Bourla e diretto dal Paul McGuigan di Lucky Number Slevin, è un lavoro che tenta di capitalizzare sul successo del trascurabile Jumper e della serie televisiva Heroes, riciclando però una trovata narrativa vecchia come il mondo (l'organizzazione mondiale che sfrutta persone dotate di poteri ESP è alla base perfino del #40, pubblicato nel 2000, del fumetto italiano PKNA, senza andare ancora più indietro nel tempo riportando altri esempi cinematografici).
Il problema di Push è che, nonostante una premessa riciclata e dei personaggi non originali, avrebbe davvero potuto essere un buon action-movie, ottimo per una visione divertente e senza pretese, anche grazie al sapiente utilizzo di fotografia, montaggio, musiche, location, e certe trovate narrative, ma fallisce a causa di una serie di incoerenze e illogicità disneyane (simili, anche se qui in numero decisamente minore, a quelle che avevano fatto affondare l'evitabile Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull), un casting non molto azzeccato (la 14enne Dakota Fanning risulta infinitamente più capace e convincente della 22enne Camilla Belle, la quale domina le ultime sequenze con un'inespressività ridicola), ed un finale insoddisfacente, appiccicato con il nastro adesivo in odor di sequel.


6/10 * 2
Permalink - commenti
categorie: cinema, zack snyder, paul mcguigan

buttato giù in fretta da StepTb alle 19:26
venerdì, 27 marzo 2009

Temporary Residence Limited, 2009
Album

Che la formula stilistica dei giapponesi Mono sia oramai approdata ad una sorta di manierismo lo conferma perfettamente il nuovo Hymn to the Immortal Wind, album che suona sostanzialmente come una copia del precedente You Are There (2006), rivisitato in maniera forse più fragorosa (i caotici crescendo ritmici di Burial at Sea e The Battle to Heaven) e di sicuro più magniloquente (i pesanti innesti d'archi, affidati ad una vera orchestra di una trentina d'elementi).
Il rigonfiamento orchestrale degli arrangiamenti fa il paio con la più vellutata e ovattata produzione (ancora una volta opera di Steve Albini), prendendo così ancora maggiormente le distanze sia dal turbolento One Step More and You Die (2003), che dal più ambient ma ricco di picchi emotivi Walking Cloud and Deep Red Sky, Flag Fluttered and the Sun Shined (2004).
A spadroneggiare sono difatti, come nel precedente You Are There, lunghi excursus post-rock in climax sempre leggermente troppo prolissi e prevedibili, prediligendo flussi melodici in bilico tra austerità (le chitarre) e barocchismo (gli archi) piuttosto che tinte più inquiete o vere evasioni da formule post-rock ormai già sentite e standardizzate.
Inoltre, come nel precedente You Are There, il flusso viene spezzato da soffici elegie ambientali più brevi (qui Silent Flight, Sleeping Dawn e Follow the Map), mentre il bilancio complessivo è ancora una volta portato in alto da una chiusura migliore della sezione centrale (stavolta si tratta dei 10 minuti di Everlasting Light, traccia che conclude l'opera come se fosse una vera sinfonia classica).
Si tratta certamente di un lavoro elegante, piacevole ed avvolgente, ma quanti dei numerosi e meno celebri debutti post-rock dell'anno scorso (elencati in questo post - nda) riesce a distaccare davvero sotto il profilo stilistico o emotivo?

6.5/10
Permalink - commenti
categorie: musica, mono

buttato giù in fretta da StepTb alle 17:50
venerdì, 27 marzo 2009

Raster-Noton, 2009
Album


Il nuovo album di Alva Noto, moniker dietro il quale si cela lo "scultore del suono" tedesco Carsten Nicolai, oltre ad essere l'esplicito ideale successore di Xerrox Vol.1, può anche dirsi il suo disco fin'ora più accessibile e musicale.
Laddove Xerrox Vol.1 (2007) aveva compiuto il balzo da un ambient elettronico più cerebrale ad un nuovo stile più imparentato con il classico glitch (riuscendo, tra le altre cose, ad influenzare anche l'ultimo più rarefatto Fennesz di Black Sea), e Unitxt (2008) aveva lasciato da parte tale evoluzione per tornare ad un'anarchia influenzata in parti uguali da John Cage e dal noise alla Merzbow, Xerrox Vol.2 torna a volgersi verso l'ambient-glitch.
Stavolta le tracce sono però più compatte, ragionate, e si prendono più sul serio, riuscendo ad evocare spettri metafisici, racconti sci-fi e claustrofobie futuristiche, grazie a lunghi "droni" dal sapore "spaziale", ed alla scelta di prediligere il noise in forma di ruvido arrangiamento piuttosto che di protagonista (ruolo che ottiene solamente nel terrificante climax di Meta Phaser).
Tra i momenti più significativi spiccano Teion e Tek Part 1 (angoscianti e claustrofobiche), Soma, Monophaser 1 e Monophaser 2 (vere e proprie catarsi emotive), e Sora (quasi una rivisitazione elettronica e futuristica degli inquietanti tappeti ambient di Angelo Badalamenti).

7/10
Permalink - commenti
categorie: musica, alva noto

buttato giù in fretta da StepTb alle 16:40
venerdì, 27 marzo 2009

Jagjaguwar, 2009
Album


Se con i precedenti The Aether Eater (2005) e soprattutto Raven and the White Night (2007) gli Odawas erano riusciti nell'originale impresa di creare un evocativo calderone che fondesse assieme art-folk alla Neil Young, psych-folk, slo-core, prime colonne sonore di Morricone, tocchi orientaleggianti new age e dream-pop espressi tramite tastiere mistiche o percussioni etniche, e persino escursioni nel jazz, con il terzo The Blue Depths la formula si semplifica notevolmente: aumentate soprattutto le influenze slo-core e dream-pop, smembrato e ridotto l'apparato stilistico, tutto ciò che rimane pare solo una serie di diligenti pezzi ambient-pop atmosferici, che dei precedenti dischi riprendono unicamente il lato più melodico e soft, risultando così, oltre che palesemente meno complessi, anche maggiormente simili tra loro e, di conseguenza, a lungo andare monotoni.

6/10
Permalink - commenti
categorie: musica, odawas

buttato giù in fretta da StepTb alle 20:27
martedì, 10 marzo 2009

Mosley/Interscope/Universal, 2009
Album


Terzo effettivo disco solista dell'ex vocalist dei Soundgarden, ma primo vero album a presentarlo marketizzato in una totalmente rinnovata veste produttiva e stilistica, Scream è l'istantaneo clamoroso testamento artistico di Chris Cornell.
Prodotto da Timbaland, Jerome "J-Roc" Harmon e Jim Beanz, il lavoro mette assieme una decina di potenziali singoli R&B-oriented che in quanto a capacità espressiva, emotiva e compositiva possono gareggiare solamente con le peggiori operazioni di marketing dei pop-idol televisivi statunitensi.
Scadente se preso da solo, indecente e vergognoso se paragonato al suo passato, Scream rappresenta per Cornell il proverbiale punto di non ritorno, palesando l'impossibilità del poter mai trovare interessante la sua futura carriera.

2/10
Permalink - commenti
categorie: musica, chris cornell

buttato giù in fretta da StepTb alle 16:12
giovedì, 05 marzo 2009

(Take Me to the Hospital/Cooking Vinyl, 2009)
Album


Il quinto album in studio dei The Prodigy, con Keith Flint e Maxim Reality nuovamente in pianta stabile a fianco del leader Liam Howlett, prende le distanze dal precedente Always Outnumbered, Never Outgunned tramite due espedienti: da una parte viene lasciata perdere la maniacale cura high-budget per il dettaglio sonoro in favore di un sound molto più compatto e "sporco", dall'altra l'incredibile ridondanza che, pur attanagliando la band sin dagli esordi, aveva raggiunto l'apice proprio in quel lavoro, viene riportata a misure più accettabili.
Il vero problema resta il fatto che, nonostante stavolta emerga una sensazione di "concept", nel quale i pezzi prendono in prestito l'uno dall'altro il sound e l'umore scorrendo senza strattoni, essi riesumino comunque colossali déjà vu; il caso più evidente è senza dubbio Take Me to the Hospital, che, come in misura minore Piranha, fotocopia lo stile tastieristico e vocale delle tracce di Experience, anche se non mancano i ricicli da Music for the Jilted Generation che pur affiorano lungo le varie Thunder, Colours e World's on Fire.
Anche apprezzando l'aggiornamento più compatto e violento delle strutture, dei beat e dei synth distorti, spiccano per freschezza e coinvolgimento davvero pochi pezzi sul totale complessivo: l'apertura catchy e martellante della title-track, la semi-esoterica Omen (entrambe co-prodotte con James Rushent dei Does It Offend You, Yeah?), l'anthem da dancefloor Warrior's Dance (che riprende la felice scelta di innestare sui beat degli ottimi vocalizzi femminili, come in No Good), e la catarsi finale di Stand Up (che evolve un nostalgico jingle in un trip alla Climbatize fatto detonare dal drumming del guest Dave Grohl).
Deludente l'esperimento sonoro più brutale (Run with the Wolves, nuovamente con Grohl), così come decisamente sottotono l'intera seconda metà dell'album, ad eccezione della già citata chiusura Stand Up.

6/10
Permalink - commenti
categorie: musica, the prodigy

buttato giù in fretta da StepTb alle 11:09
lunedì, 16 febbraio 2009

Western Vinyl - 2009
Album


Here We Go Magic
è il moniker dietro cui si cela il brooklynese Luke Temple, già autore di Hold a Match for a Gasoline World (2005) e Snowbeast (2007), due album indie-rock influenzati dal pop-rock autoriale ed eclettico di Andrew Bird e in minor misura dal freak-folk newyorkese.

Il nuovo progetto di Temple sembra essere volto ad espandere quella sua vena cantautoriale verso territori più spaziosi: il primo omonimo album enfatizza l'anima psych-folk, e allo stesso tempo tenta di incorporarla in strutture indietroniche che ricordano da una parte gli eccellenti esperimenti di alcuni suoi connazionali (Animal Collective in primis, ma in minor misura anche TV on the Radio e LCD Soundsystem) e dall'altra l'indie-pop e il twee-pop più frivoli e spensierati.
Le varie dimensioni musicali riescono a convergere verso formule inaspettatamente catchy e raffinate in almeno tre episodi, ovvero l'opener Only Pieces e le poco seguenti Fangela e Tunnelvision: si tratta di composizioni ipnotiche, che giocano sia con gli "hook" vocali (particolarmente memorabili nelle prime due) sia con le mesmerizzanti stratificazioni
(l'apice in questo senso è invece nella terza) di chitarre folk, battiti elettronici e synth imparentati alla lontana con la psichedelia cosmica dei tedeschi Ash Ra Tempel.
Appena sottostanti vibrano invece Ahab, che porta all'estremo le influenze psichedeliche cosmiche facendole ondeggiare tramite languide modulazioni tastieristiche, e I Just Want to See You Underwater, ulteriore texture ipnotica e psichedelica accesa dagli stream chitarristici e dagli andirivieni di voci filtrate.

Il problema del disco è che le buone idee si esauriscono nel giro di queste cinque tracce, non giustificando affatto l'uscita di un full-length; purtroppo Temple ha ceduto ad una delle tendenze più deleterie dei nostri tempi, ovvero quella di concludere in fretta il lavoro completandolo con alcuni insapori filler, che qui rispondono al nome di Ghost List, Babyohbabyijustcantstanditanymore, Nat's Alien (tre pezzi drone-ambient che non solo risultano prolissi e privi di idee, ma spezzano anche malamente il flusso e l'umore andatisi a creare) e Everything's Big (una ballata blues-pop un po' troppo svenevole che pare uscita direttamente dai 1960s, senza alcun aggiornamento o evoluzione sonora).
Temple ha quindi bruciato l'occasione di dare alla luce un memorabile album nel filone psych-pop-indietronico, preferendo affrettarsi a pubblicare un full-length nonostante avesse idee sufficienti solamente per un ottimo EP.
Vedremo se alla prossima occasione saprà rimediare all'errore.

Nel frattempo gli Here We Go Magic sono impegnati in tour, grazie all'apporto di Baptiste Ibar (basso) e Peter Hale (batteria), affiancati a Temple stesso in sede live.


6.5/10
Permalink - commenti
categorie: musica, here we go magic

buttato giù in fretta da StepTb alle 08:06
mercoledì, 04 febbraio 2009

Slumberland, 2009
Album


Si può includere senza remore nel vasto oceano di dischi pop (non concept o quant'altro, ma solo pop, ovvero raccolte di canzoni potenziali singoli) nei quali non ci si accorge di quando cambiano le tracce anche il debutto omonimo dei The Pains of Being Pure at Heart, band formata nel 2007 da quattro giovani di New York City, e approdata al full-length dopo un EP anch'esso omonimo (2007) e uno split con i Summer Cats (2008).

La loro idea è infatti una sola, ripetuta lungo una decina di pezzi con minime o impercettibili variazioni, e consiste nell'avanzare un proprio personale approccio al noise-pop coniato ormai quasi 25 anni fa dai The Jesus and Mary Chain e poi evolutosi negli anni in forme stilistiche imprevedibili (una delle quali lo shoegaze) grazie ai vari Lush, My Bloody Valentine, etc.
Il problema è che questo approccio giunge in tempi sospetti (è da qualche anno che si è assistito ad un nuovo boom dello shoegaze, come confermato anche dalla svolta stilistica dei Piano Magic proprio nel 2007, tanto per esemplificare) e, soprattutto, non evolve il panorama, anzi, regredisce lo stile ad una serie di soffici cantilene dall'umore pre-adolescenziale quando non ingenuo e infantile, ripreso pari pari dal filone twee-pop che non a caso la stessa label Slumberland ha sempre promosso.
Si tratta di canzoni stabili sui canonici tre minuti di durata, riciclanti sempre la medesima struttura ed il medesimo sound (un esile muro di feedback ad avvolgere, espediente trendy utilizzato per sviare l'attenzione dalla mancanza d'ispirazione), rette da voci apatiche e prive di passione.
Tal formula potrebbe tuttavia ancora venire sollevata da un'eventuale bellezza delle costruzioni melodiche e un'interessante virtù lirica, ma così non sembra accadere: il sound resiste sempre identico anche per quanto riguarda le prime (che si potrebbero tranquillamente trapiantare da un pezzo all'altro), mentre i testi non si muovono da un costante incentrarsi su relazioni sentimentali adolescenziali, trattate sempre innocuamente tramite una -ripetitiva e probabilmente non sincera- "purezza" giovanile (in This Love Is Fucking Right! arrivano a celebrare innocentemente l'incesto con parole che piacerebbero a Kaori Yuki: "In a dark room we can do just what we like; you're my sister, and this love is fucking right").
Alla luce di questi elementi, è davvero infelice il paragone avanzato da taluni con la genuina rabbia passionale e giovanile dei No Age, un muro di distorsioni in comune (peraltro di livello penetrante assai differente) non basta ad accomunare stili che occupano piani qualitativi ed espressivi decisamente separati.

Considerando la situazione più in generale, chi supporta band di questo tipo dovrebbe sentire su di sé la colpevolezza di dar credito all'ennesimo act pop retrò, mentre nei garage di tutto il mondo suonano band di adolescenti che hanno davvero qualcosa da dire, che esprimono se stessi in maniera più personale nell'indifferenza generale, e il cui universo forse contiene anche cose più interessanti della solita storiella d'amore di terza liceo.


5/10
Permalink - commenti (3)
categorie: musica, the pains of being pure at heart

buttato giù in fretta da StepTb alle 18:40
venerdì, 30 gennaio 2009

Consiglio per tutti i lasteffemmari: disattivate quella nuova porcheria di "correggi automaticamente gli errori ortografici".
Funzionerebbe se fosse accuratissima, ma da quel che ho capito va secondo la maggioranza di voti, ascolti e segnalazioni da parte dell'utenza, e come al solito la maggioranza non capisce una mazza.
Per dire, mi sono visto "Patterns" di Tony Iommi feat. Serj Tankian diventare improvvisamente una traccia dei System of a Down, "Triptych: Prayer/Protest/Peace" di Max Roach diventare semplicemente "Triptych", e via avanti.
Insomma, a meno che non teniate i vostri tag davvero disordinati e pieni di errori, è sconsigliata e basta.
Permalink - commenti
categorie: web , generalità, lastfm

buttato giù in fretta da StepTb alle 00:43
mercoledì, 31 dicembre 2008

Chart, as always, in divenire

7.5/10
Portishead - Third
Erykah Badu - New Amerykah Part One (4th World War)
Fucked Up - The Chemistry of Common Life
Bill Frisell - History, Mystery
Fleet Foxes - Fleet Foxes

7/10
Grails - Take Refuge In Clean Living
Grails - Doomsdayer's Holiday
Iiro Rantala New Trio - Elmo
Carla Bley - Appearing Nightly
Wadada Leo Smith - Tabligh
Dave Holland - Pass It On
TV on the Radio - Dear Science

The Alps - III
Terminal Sound System - Constructing Towers
Nick Cave and the Bad Seeds - Dig, Lazarus, Dig!!!
Shit and Shine - Küss mich, meine Liebe
Shit and Shine - Cherry

Fuck Buttons - Street Horrrsing
No Age - Nouns
Vampire Weekend - Vampire Weekend
Fennesz - Black Sea
Conifer - Crown Fire
White Denim - Workout Holiday
Ancestors - Neptune With Fire
Opeth - Watershed
Suishou no fune - Prayer for Chibi
Protest the Hero - Fortress
Afterhours - I milanesi ammazzano il sabato
Black Mountain - In the Future
Sun Kil Moon - April
The Present - World I See
Nine Inch Nails - Ghosts I-IV


6.5/10
Harvey Milk - Life...The Best Game in Town
The Magnetic Fields - Distortion
Lindstrøm - Where You Go I Go Too
Empire Auriga - Auriga Dying
Bohren & der Club of Gore - Dolores
Deerhunter - Microcastle + Weird Era Cont.
Titus Andronicus - The Airing of Grievances
Parts & Labor - Receivers
Ufomammut - Idolum
Why? - Alopecia
Moss - Sub Templum
Black Boned Angel - The Endless Coming Into Life
Ocean - Pantheon of the Lesser
Mamaleek - Fever Dream

Gang Gang Dance - Saint Dymphna
M83 - Saturdays = Youth
Gonga - Transmigration
The Bug - London Zoo
The Drift - Memory Drawings
Extra Life - Secular Works
Antenne - #3
Colour Haze - All
Phantom Orchard - Orra
Fursaxa - Kobold Moon

Bersarin Quartett - Bersarin Quartett
Toumani Diabate - The Mandé Variations
Esbjörn Svensson Trio - Leucocyte
Genghis Tron - Board Up the House
Earth - The Bees Made Honey In The Lion's Skull

Motorpsycho - Little Lucid Moments
Praxis - Profanation (Preparation for a Coming Darkness)
Does It Offend You, Yeah? - You Have No Idea What You're Getting Yourself Into
Autistic Daughters - Uneasy Flowers
Atlas Sound - Let the Blind Lead Those Who Can See but Cannot Feel
The Mars Volta - The Bedlam in Goliath
The Calm Blue Sea - The Calm Blue Sea
Mooncake - Lagrange Points
Gregor Samsa - Rest
Steven Wilson - Insurgentes
Spires That in the Sunset Rise - Curse the Traced Bird
The Beat Circus - Dreamland
Ladytron - Velocifero
Wolf Parade - At Mount Zoomer
Beach House - Devotion
Intronaut - Prehistoricisms
Abe Vigoda - Skeleton
High Places - High Places
Torche - Meanderthal
Box - Studio 1
Xavier Rudd - Dark Shades of Blue
Alexander Tucker - Portal

The Dead Science - Villainaire
Nat Baldwin - Most Valuable Player
Putiferio - Ate Ate Ate
The Sound of Animals Fighting - The Ocean and the Sun
Stephen Malkmus - Real Emotional Trash
Drive-by Truckers - Brighter than Creation's Dark
Mother Mother - O My Heart
Lunatic Soul - Lunatic Soul

---

- Classifica mia su RockLine.it
- Classifica generale di RockLine.it
Permalink - commenti
categorie: musica, best of

buttato giù in fretta da StepTb alle 00:19
mercoledì, 31 dicembre 2008


8/10
Synecdoche, New York (Charlie Kaufman)
The Wrestler (Darren Aronofsky)

7.5/10
Vals Im Bashir (Ari Folman)
Entre les murs (Laurent Cantet)
Die Welle (Dennis Gansel)
Happy-Go-Lucky (Mike Leigh)
Be Kind Rewind (Michel Gondry)
Gomorra (Matteo Garrone)

7/10
Rachel Getting Married (Jonathan Demme)
Definitely, Maybe (Adam Brooks)
Vicky Cristina Barcelona (Woody Allen)
Hunger (Steve McQueen)
Medicine for Melancholy (Barry Jenkins)

Seven Pounds (Gabriele Muccino)
Il y a longtemps que je t'aime (Philippe Claudel)
Redbelt (David Mamet)
Milk (Gus Van Sant)
The Curious Case of Benjamin Button (David Fincher)
Üç maymun (Nuri Bilge Ceylan)
WALL·E (Andrew Stanton)
Frozen River (Courtney Hunt)
The Bank Job (Roger Donaldson)
Le Silence de Lorna (Jean-Pierre & Luc Dardenne)
The Black Balloon (Elissa Down)
Revanche (Götz Spielmann)
Il divo (Paolo Sorrentino)
Ghost Town (David Koepp)
Slumdog Millionaire (Danny Boyle & Loveleen Tandan)
The Dark Knight (Christopher Nolan)
Nick and Norah's Infinite Playlist (Peter Sollett)
Permalink - commenti
categorie: cinema, best of

buttato giù in fretta da StepTb alle 15:52
martedì, 23 dicembre 2008

Credo che mai come quest'anno abbiano debuttato così tante nuove band post-rock in così disparate zone geografiche. Un po' per fare ordine, un po' come memoriale di un'epoca, un po' a dimostrazione che ormai questo stile è arrivato ad uno stato dell'arte talmente schematico da poter essere difficilmente innovato, un po' per ridimensionare i soliti nomi celebri che di certo non sono gli unici a sapersela cavare nel genere, ho tentato di stilare tutti i principali debutti post-rock su EP e LP avvenuti nell'anno 2008.


1099 (Norvegia) - Machine! Fire! Ghost! EP
http://www.myspace.com/1099band

A Hawk in the Heavens (Carolina) - The Glow and the Approach EP
http://www.myspace.com/ahawkintheheavens

Albinobeach (Sudafrica) - Albinobeach EP
http://www.myspace.com/albinobeach

Avalon (Israele) - Avalon EP
http://www.myspace.com/avalonisrael

Canyonsofstatic (USA) - The Disappearance (primo LP, che segue l'omonimo del 2006)
http://www.myspace.com/canyonsofstatic

Catacombe (Portogallo) - Memoirs EP
http://www.myspace.com/catacombeband

City of a Hundred Spires (Canada) - Graveyard of Ships (primo LP, dopo l'EP Boats Left Sinking del 2007)
http://www.myspace.com/cityofahundredspires

Deepset (Malesia) - The Lights We Shed Shall Burn Your Eyes
http://www.myspace.com/deepbeep

De La Mancha - Atlas (primo LP, che segue l'EP omonimo del 2005)
http://www.myspace.com/delamancha

Eimog (Italia) - Eimog EP
http://www.myspace.com/eimogmusic

Eksi Ekso (Massachusetts) - I Am Your Bastard Wings
http://www.eksiekso.com/

Elan Vital (Colorado) - The Wink and The Gun (primo LP, che segue l'EP God is Pissed. Good Thing She Doesn't Exist del 2005)
http://www.myspace.com/elanvitalmusic

Epigram (Canada) - Anything That Comes to Mind
http://www.myspace.com/epigramband

Equus (Svizzera) - Eutheria
http://www.myspace.com/eqsmusic

Errors (UK) - It’s Not Something But It Is Like Whatever (primo LP, che segue l'EP How Clean Is Your Acid House del 2006)
http://www.myspace.com/weareerrors

Exxasens (Kiribati) - Polaris
http://www.myspace.com/exxasens

Final Days Society (Svezia) - Noise Passes Silence Remains
http://www.myspace.com/finaldayssociety

Fossil (Brasile) - Insônia (primo LP, che segue l'EP Desconforto del 2005)
http://www.myspace.com/fossilsoundtrack

Gaserata (Lettonia) - I Have a Lyubovnik
http://www.myspace.com/gaserata

Glowworm (Oregon) - The Coachlight Woods
http://www.myspace.com/glowworm

Gray Strawberries (Brasile) - A Metropolitan Passionate Idealist EP
http://www.myspace.com/graystrawberries

Halves (Irlanda) - Haunt Me When I'm Drowsy (primo LP, che segue l'omonimo EP del 2007)
http://www.myspace.com/ahomeforhalves

Hermelin (Germania) - Hermelin
http://www.myspace.com/hermelin

Hills Like White Elephants (Canada) - Himalaya (primo LP dopo l'EP omonimo del 2006)
http://www.myspace.com/hlweband

His Hideous Heart (Ohio) - It's A Weird Time To Be Alive, Right?
http://www.myspace.com/hishideousheart

Hors Sujet (Francia) - Your Words Mean Nothing EP
http://www.myspace.com/nerdhorssujet

Hualun (Cina) - Silver Daydream
http://www.neocha.com/britsky

Human Bell (Maryland) - Human Bell
http://www.myspace.com/humanbell

I Am the Architect (Germania) - 11 EP
http://www.myspace.com/youarethearchitect

Iglomat (Texas/UK) - Iglomat
http://www.myspace.com/iglomat

In the Wake of Giants (Pennsylvania) - In the Wake of Giants
http://www.myspace.com/inthewakeofgiants

J'envoie (Canada) - J'envoie EP
http://www.myspace.com/jenvoie

Kovlo (Svizzera) - I'm So Happy on This Boat (primo LP dopo l'EP A New Position For A Second Degree Burnt del 2005)
http://www.myspace.com/kovlo

Krobak (Ucraina) - Vorkoma EP + The Diary of the Missed One LP
http://www.myspace.com/progjester

La Vérité (Ohio) - This Divine, Desolate City (primo LP, che segue l'EP omonimo del 2007)
http://www.myspace.com/laveritemusic

Lakes of Russia (Australia) - Stars Decorate the Fire (primo LP dopo l'omonimo EP del 2007)
http://www.myspace.com/lakesofrussia

Loose Lips Sink Ships (Illinois) - Puptent (primo LP, che segue l'EP 1 del 2007)
http://www.myspace.com/looselss

Loro's (Corea) - Pax
http://club.cyworld.com/loros

Maybeshewill (UK) - Not for Want of Trying
http://www.myspace.com/maybeshewont

Metavari (Indiana) - Ambling EP
http://www.myspace.com/metavari

Mooncake (Russia) - Lagrange Points
http://www.myspace.com/mooncakeband

New Century Classics (Polonia) - New Century Classics EP
http://www.myspace.com/newcenturyclassics

Ocoai (Tennessee) - Breatherman
http://www.myspace.com/ocoai

Overseas (Pennsylvania) - Overseas
http://www.myspace.com/oversizzle

Ovum (Giappone) - Microcosmos (primo LP dopo l'EP di debutto Under the Lost Sky del 2007)
http://www.myspace.com/ovumjapan

Parabstruse (Texas) - Old Sentimental (primo LP dopo 3 EP)
http://www.myspace.com/parabstruse

Petrograd in Transit (Florida) - Lifesize Balloon Animals
http://www.myspace.com/therealdealarguile

Pg.lost (Svezia) - It's Not Me, It's You! (primo LP, segue gli EP Pg.lost del 2005 e Yes I Am del 2007)
http://www.myspace.com/pglost

Riding Alone for Thousands of Miles - A Boldogság Minden Reményét Elragadták
http://www.lastfm.it/music/Riding+Alone+For+Thousands+of+Miles

Riding Pânico (Portogallo) - Lady Cobra (primo LP dopo l'omonimo EP del 2006)
http://www.myspace.com/ridingpanico

Shapes Stars Make (Texas) - Shapes Stars Make
http://www.myspace.com/shapesstarsmake

Since (Time) (Grecia) - Entropiate
http://www.myspace.com/sincetime

Spokes (UK) - People Like People Like You
http://www.myspace.com/spokessound

Suffocate for Fuck Sake (Svezia) - Blazing Fires and Helicopters on the Front Page of the Newspaper. There's a War Going On and I'm Marching in Heavy Boots. (primo LP dopo l'omonimo EP del 2004)
http://www.myspace.com/suffocateforfucksake

The Calm Blue Sea (Texas) - The Calm Blue Sea
http://www.myspace.com/thecalmbluesea

The Declining Winter (UK) - Goodbye Minnesota
http://www.myspace.com/thedecliningwinter

The Photographic (Kentucky) - Pictures of a Changing World
http://www.myspace.com/thephotographic

The Polar Dream (Messico) - The Polar Dream EP
http://www.myspace.com/thepolardream

The Winchester Club (UK) - Britannia Triumphant (primo LP dopo l'EP Drown Little Joys in Work and Distress del 2000)
http://www.myspace.com/winchesterclub

This Will Destroy You (Texas) - This Will Destroy You (primo LP dopo l'EP Young Mountain del 2005)
http://www.myspace.com/thiswilldestroyyou

Transit (Belgio) - Whitewater (primo LP dopo gli EP Harmattan e Broadleaves vs. Conifers del 2006)
http://www.myspace.com/transit2006

Vaznis (Arizona) - Tremulant Tympanum
http://www.myspace.com/vaznismusic

Vidulgi Ooyoo (Corea del Sud) - Aero
http://www.myspace.com/vidulgiooyoo

WakeThisDay (UK) - Gaze into the Beyond
http://www.myspace.com/wakethisday

Water Fai (Giappone) - Girls in the White Dream
http://www.myspace.com/waterfai

We Made God (Islanda) - As We Sleep
http://www.myspace.com/wemadegod

Wembly Shadwell (Illinois) - Pieta
http://www.myspace.com/wemblyshadwell

What Seas, What Shores (Canada) - Threnodies
http://www.myspace.com/whatseaswhatshores

WhereAreYouLiam? (Russia) - Case of Liquid Melancholy (primo LP dopo l'EP di debutto 61 del 2006)
http://www.myspace.com/whereareyouliam

You.May.Die.In.The.Desert / Gifts from Enola (USA) - Harmonic Motion Volume 1 (split)
http://www.myspace.com/youmaydieinthedesert - http://www.myspace.com/giftsfromenola

Белые флаги зажигайте медленно (Russia) - Даже если пролетариат возьмет власть в свои руки, весна все равно достанется нам, а цели войны останутся целями войны
http://community.livejournal.com/bfzm


[Segnalate pure eventuali mancanze, broken link ed errori, provvederò ad editare]
Permalink - commenti
categorie: musica